Luca Leonelli EDIZIONI D'ARTE "Angoli vivi in ordine sparso" Testi


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Il fiore più bello del mondo
Angoli vivi in ordine sparso
 Il Profeta Isaia
 4 Insetti
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"Angoli vivi in ordine sparso"
[Immagini][Testi] [Colophon]


Al vertice dell’interesse dividiamo lo spazio angusto
‘ cambia direzione l’inganno mentre
i piani sordi riflettono il rumore ‘

Chi ci osserva giudica mondi in scala diversa

E’ il vedere con sapienza o l’ incontro delle superfici
a coagulare in numero crescente frementi aneliti all’ammasso?

‘ il pieno e il vuoto definiscono il colore
la frequenza e il ritmo, lo spazio ‘

L’eco silenzioso eccita l’orecchio del compositore
l’esattezza del singolo si nega agli altri protagonisti


In libertà esploriamo da grandi altezze
con direzione circolare
ma
abbiamo ricevuto in eredità la livella per
controllare il rigore della postura quando vogliamo
capire domande corte e misteriose
‘ l’affanno della ricerca non considera sodalizi
e risposte identiche annullano la cronologia dell’impegno ‘

Luca Leonelli



La prospettiva è un'esigenza naturale, e quindi, per dir così, ereditaria, della percezione? La simmetria lo sarebbe del pari? Qualcuno, di tanto in tanto, lo sostiene, e talora con argomenti biologici ed evolutivi.
Si è visto, per esempio, che certi uccelli sembrano preferire, e in maniera vistosa, delle figure simmetriche, premiando le percezioni armoniche rispetto a quelle caotiche, e da sempre si commenta l'esagono delle cellette delle api come un paradigma della propensione della natura per la geometria. Ma tutte queste affermazioni riposano, dopo tutto, su fondamenta quanto mai fragili. Difatti, per l'arte occidentale, la prospettiva è stata una vera e propria conquista storica, realizzata al culmine di una progressiva marcia verso la verosimilianza pittorica, mentre, per converso, l'arte di moltissime culture cosidette primitive non ha mai dato segno di volersi appropriare di alcuna prospettiva, restando, nella rappresentazione del mondo, in una dimensione piatta, simile a quella che riscontriamo nel disegno infantile.

Ma la prova che la pittura non abbia alcuna necessità biologica di esprimersi in una grammatica visiva prospettica, ma che tale percezione estetica sia di ordine culturale, diventa inconfutabile se consideriamo che l'arte del Novecento ha puntato spesso sull'abolizione della tridimensionalità del quadro, o per lo meno su di una sua pesante messa in discussione.
L'apollineo, che punta, almeno nell'accezione che qui vogliamo dargli, sull'armonia e sulla verosimilianza, viene spiazzato dalla pulsione dionisiaca delle avanguardie storiche del secolo appena passato a favore di una voluta disarmonia e di una propensione per il caso, o comunque per uno spostamento eccentrico dal veduto al pensato.
Queste considerazioni preliminari mi sono nate sfogliando le stimolanti incisioni di Luca Leonelli, quelle, tanto per cominciare in bianco e nero, che sembrano suggerire, attraverso un gioco di immagini quanto mai elementari, una vistosa opzione concettuale.

La macchina percettiva elaborata da Leonelli si organizza in un rapporto di contrasto tra delle linee, l'una dritta e le altre due oblique, che alludono al fantasma di una prospettiva nascente, o al suo iconema se si preferisce, e una costellazione fittissima, una sorta di via lattea, di punti neri, forse degli insetti microscopici?, che si coagulano formando una macchia dai contorni indefiniti.
L'immagine complessiva, in cui, e che Arnheim mi perdoni, viene spazzato via ogni qualsiasi equilibrio gestaltico dello spazio del foglio, funziona come una trappola ottica per catturare l'attenzione e indurre al fantasticare.
Ci viene in mente il metodo della paranoia critica, trafugato da Salvador Dalì a Leonardo da Vinci, che fonda, secondo me, un preludio all'idea di opera aperta, in perfetto accordo con la prestigiosa neuroestetica proposta di recente da Zeki.
Secondo questo punto di vista, il pittore elabora una percezione elementare che chi guarda é chiamato a completare, chiamando
all'opera tutte le alchimie della sua immaginazione, o se si vuole, come direbbe Zeki, i gruppi di neuroni di pertinenza. Si offre così all'osservatore l'occasione di partecipare attivamente alla costruzione della propria fruizione estetica.
Non credo, nel caso di Leonelli, che sia proprio così: la sua intenzione é più versata sul concettuale che sul fantastico. Il concettuale, difatti, pone le premesse per una empatia messa sotto cauzione cognitiva, e si conforma di conseguenza a una poetica del pensare più che del sognare, privilegiando la peripezia di una immaginazione che attraversa l’inconscio per approdare alla coscienza, invece che elevare l’inconscio a promotore estetico, come volevano fare i surrealisti. Leonelli pratica una sorta di immaginazione progettuale. Proprio perchè, lo si voglia o no, le sue incisioni chiamano in causa una coppia, non solo in contrasto, ma percettivamente dialettica.

Difatti, il fantasma della prospettiva ridotta ai suoi elementi fondamentali di altezza, larghezza e profondità, interagisce attivamente
con la macchia, e questa, per dir così, la sbeffeggia, mettendo in
discussione i grandi poli filosofici dell'occidente: ordine e disordine, informazione ed entropia, norma e caos.
Nelle sue incisioni colorate Leonelli rende operante, invece, una sorta di processo alchemico, dove le forme a spirale, o comunque serpentiformi, sfumano in un blando cromatismo delle origini.
Si tratta di un'operazione di confine, che ci apre la porta del laboratorio dei sogni.
Giorgio Celli