AMORE E TECNICA
NELL’ARTE DI LUCA LEONELLI
Luca è un amico caro. Un amico
raro. Sono sempre meno numerose le persone che sanno ancora amare.
Amare e rispettare la donna, amare e rispettare la bellezza che
ci circonda. Incontrare una persona del genere significa, per me,
avere un alter ego. Ciò che porta Luca ad essere compartecipe
del Tutto, è un dono innato, naturale, un’esigenza
imperiosa che lo costringe ad esprimere il mistero e la trascendenza
dell’esistente con una precisione appassionata e lenticolare
che ritroviamo, per esempio, in un Vermeer.
Questa inderogabile esigenza interiore
fa sì che Luca sia un artista classico e quindi d’avanguardia.
Essere d’avanguardia, oggi, non significa volere épater
le bourgois. Vi è più arte e poesia in un acquarello
di 20 cm quadri di Paul Klee che in 20 metri di tele stampate di
Daniel Buren. Jeff Koons pensa di scioccare con opere di schietta
pornografia; Maurizio Cattelan vuole suscitare scalpore con le immagini
del papa schiacciato da un meteorite, oppure esponendo, in una pubblica
piazza, i fantocci di bambini impiccati. Il mondo artistico sta
vivendo una doppia, mortale, ambiguità. Si sta manifestando
un odio delle arti plastiche che esigano un certo grado di manualità.
Con il pretesto di volere respingere il formalismo dell’arte
per l’arte, si è giunti ad una forma d’arte contro
l’arte. La nuova, auto-proclamatasi avanguardia, ha tutte
le caratteristiche della più trita accademia: ripetizione
dell’identico, sia nel tema che nella forma; ricorso al monumentale
e allo smisurato; accento sul decorativo; ambizione di scandalizzare
ad ogni costo; mancanza totale di un’autentica ispirazione.
Regna pure una confusione semantica totalmente inedita. Sotto la
categoria di “arte plastica” si fanno rientrare generi
che hanno certamente una loro dignità artistica ma che nulla
hanno a che fare con la manualità richiesta dalla pittura,
dalla scultura, dal disegno o dall’incisione. Ad esempio gli
“Happenings” sono semplicemente opere improvvisate (alla
maniera del jazz) di mini-teatro e ricordo che quando assistetti
ai primi Happenings, a New York, nel 1960, Allan Kaprow, Claes Oldenburg,
John Cage e Jim Dine erano d’accordo a definire questo mezzo
espressivo come un ”evento teatrale senza trama predeterminata”.
Allo stesso modo i Video appartengono alla cinematografia; le installazioni
alle sceneggiature; le opere realizzate con i tubi al neon sono
esempi di interior decoration; la body art è l’espressione
di un narcisismo esasperato, spesso di impronta sado-masochista;
nel migliore dei casi, si potrebbe definire la body art come una
forma d’arte propria dell’attore.
Tutto questo mi porta ad una riflessione
del gentile e inventivo Man Ray: se un artista vuole veramente rompere
le regole, la prima regola è quella di conoscerle, anzi,
di padroneggiarle.
Questa riflessione rimanda a Luca Leonelli,
alla sua padronanza totale dei mezzi espressivi e al suo classicismo.
Egli confesserà “non riesco a distaccarmi da una sorta
di visione rinascimentale che porta la figura umana al centro di
tutto quello che dipingo”. L’artista ha fatto suo l’assioma
di Protagora, "l’uomo è misura d’ogni cosa”.
Per Luca, l’essere umano, la flora e la fauna, sono scintille
del divino che non è solo antropomorfo. La sua visione olistica
del Tutto gli permette di riconoscere l’ineffabile in ogni
sua manifestazione. Un uragano, può anche essere il riflesso
d’un turbamento emotivo; un albero può pure rappresentare
la pulsione dell’ascesa; un fiore sa diventare l’immagine
più fedele e più tenera del sesso femminile. Il mito,
l’arte e la poesia, questi elementi li hanno sempre riconosciuti.
Il fiore – che non a caso è l’organo riproduttore
della pianta – è un simbolo archetipico del sesso umano,
non solo femminile.
Luca è pure un poeta sensibile
e profondo – se vogliamo attenerci al ruolo che la poetica
sanscrita attribuiva all’artista – perché anch’egli
desidera “ proiettare una luce nuova sulla natura visibile
così che un nuovo universo d’amore nasca dal suo lavoro”
(Agni Purana, 334:10). L’artista autentico ha una sola aspirazione:
essere fedele a se stesso perché, solo esprimendo il suo
io più profondo, potrà riuscire ad essere universale
– se è vero che l’inconscio collettivo è
comune a tutta l’umanità. Solo “indagando se
stesso” (Eraclito) egli susciterà l’emozione
che nasce dall’incontro con il trascendente. Pierre Reverdy
l’aveva capito quando, richiesto di definire la poesia, rispose
“la poesia è un’ emozione”.
Tra tutti i fiori, l’orchidea
sembra quella che meglio può riflettere la bellezza e la
complessità del sesso femminile. Nell’antica Cina,
l’orchidea era associata alle feste del rinnovo della natura,
alla primavera. La sua bellezza è un simbolo di perfezione
e di purezza. L’etimologia del nome (dal greco orchis, testicolo)
ne rivela la complessa natura androgina, confermata dall’anatomia
del fiore che riunisce e concilia l’elemento femminile e maschile.
Sappiamo che l’androginia è l’attributo della
divinità perché esprime la perfezione dell’insieme
femminile-maschile. Una divinità solo maschile o solo femminile
conosce solo metà della perfezione. Questo spiega perché
tutte le divinità delle culture mitiche più evolute
hanno sempre un paredro di sesso opposto. Nell’essere umano
l’androginia ha un carattere psichico. Freud e Jung l’hanno
entrambi chiarito, ogni donna porta in sè l’immagine
archetipica dell’uomo, l’animus; come ogni uomo quella
della donna, l’anima.
Il carattere androgino dell’orchidea,
più marcato che in qualsiasi altro fiore, rimanda alla sacralità
dell’umano, riflesso del divino. Il nome del divino rivela
sempre il suo carattere plurale dove i termini del doppio sono in
un rapporto complementare e non conflittuale. Advaita (ad-vaita:
non duale) nell’India antica; Tem dagli egizi: Ein-Soph per
gli ebrei. Questi epiteti esprimono l’idea di perfezione,
d’inclusione totale; essi esauriscono tutte le coppie dei
contrari, tutte le antinomie e stanno, appunto, per la non-dualità
di due proposizioni solo apparentemente opposte. Si possono moltiplicare
gli esempi del carattere universalmente divino dell’androgino.
Per completare questa digressione dal
nostro argomento, ricordiamo che l’androginia permette l’attuazione
di una delle più antiche aspirazioni dell’essere umano:
il godimento della libertà. Mircea Eliade l’aveva fatto
notare: “non essere più condizionati da una coppia
di opposti ha come risultato la libertà assoluta (Mefistole
e l’androgino, Edizioni mediterranee, Roma 1972, p. 150).
A proposito del carattere classico dell’opera
di Luca Leonelli, è ora di soffermarsi sui mezzi espressivi
preferiti del nostro artista perché, anch’essi, confermano
la sua cifra. Egli predilige l’acquarello – che non
consente ripensamenti; il disegno, minuzioso e minuto – che
solo l’artista padrone del mezzo sa elaborare; l’acquatinta
a colori lavorata al brunitoio, frutto di una serie di complesse
operazioni che rivelano una assidua frequentazione di questa tecnica
antica, tra le più difficili e l’unica capace di restituire
le sfumature cromatiche più morbide del modello.
Credo sia interessante ricordare le
tappe che hanno permesso di ottenere le splendide illustrazioni
di questo libro. Luca inizia con l’incidere all’acquaforte,
l’immagine del fiore, ricoprendone poi l’interno con
un’acquatinta omogenea. La lastra è poi lavorata al
brunitoio in modo da ottenere i volumi e i contrasti di luce desiderati.
Sulle prove di stampa – realizzate dallo stampatore –
sono scelti i colori, cinque o sei, per ogni lastra. Le modalità
d’inchiostrazione e di pulizia della superficie incisa prevedono
l’applicazione contemporanea di
inchiostri di diversi colori, con un unico passaggio al torchio.
Dato che non è mai possibile avere un’identica inchiostrazione,
non vi sono due immagini identiche.
Per quanto concerne la tipografia –
un’arte in via di estinzione – un applauso riconoscente
a Martino Mardersteig, che continua, sulle orme del padre e con
uguale passione e sensibilità, la più raffinata tradizione
della stampa con il torchio a mano e con caratteri mobili di nobile
lignaggio che mordono la carta anziché lasciarvi, come è
il caso per la litografia, un’anonima traccia.
Milano, giugno 2005
|