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Mario De Micheli e Luca
Leonelli |
Con Mario de Micheli sono state realizzate le seguenti esposizioni ed
edizioni d'arte:
i volumi: Ballata della Grossa Margot I° e II° con versi di
Francoise Villon e nota finale di Mario de Micheli della serie Le Vanità:
quattordici quaderni in esemplare unico riguardanti la danza della morte
con una fanciulla, 1992
Il catalogo "Situazioni, simboli, allegorie"
1993
L'Edizione d'arte "Il cervo volante, la formica,
la vespa e la zanzara" con 4 poesie, 1994
L'Edizione d'arte "Il profeta Isaia" una
lirica e 5 immagini in una cartella di incisioni e acquerelli, 1995
LE VANITA'
Mostra presso la Libreria Panini a Modena e presentazione di 14 libri
d'arte sulla danza tra una fanciulla ed uno scheletro
Gli amanti perversi
Margot la Grossa, Margot la Grassa, Margot la Cicciona, insomma l'abbondante
e lardosa Margot, a furia di frenetiche incontinenze, ha ormai trasformato
il suo Villon in un puro scheletro insatirito.
Eccola dunque lì, spolpato il suo amante, che continua con lui,
come se morto non fosse, le acrobazie erotiche di sempre.
La sua corpulenza, al confronto, sembra ancor più straripante,
mentre Villon, realmente ridotto all'osso, si contorce con possibilità
amatorie tecnicamente inedite.
Ecco gli amplessi dell'insaziabile coppia, padrona di un bordello per
intima vocazione, ma soprattutto per spregiudicata polemica contro il
perbenismo dei falsi moralisti, peraltro assidui frequentatori di lupanari
o ben disposti a pratiche affini.
Leonelli insegue agilmente le proprie immagini sulle pagine bianche, strizzandoci
l'occhio con puntiglio provocatorio,
Chi può dunque avere paura della Grosse Margot e del povero
François? Gli umori allegri cancellano ogni macabro senso di colpa
e l'innocenza della copia trasgressiva trionfa sulle leggi inderogabili
del peccato.
Dopotutto si capisce che per gli abusi d'amore nessuno andrà mai
all'inferno.
18 settembre 1992 Mario De Micheli
Dai libri Ballata della Grossa Margot I e II con versi di François
Villon
E nota finale di Mario De Micheli
Personale presso il Palazzo Comunale di Modena 1993
Situazioni, .simboli, allegorie
La pittura come coscienza
Presentazione al catalogo di Mario De Micheli
Impulso, fervore, vertigine e intelligenza: è questa l'impressione
immediata che vi prende davanti alle sue tele e ai suoi fogli.
Leonelli cioè vi aggredisce e non vi dà pace. C'è
in lui una energia che eccita
l'immaginazione sino a farla deflagrare, ad accenderla di potenza espressiva.Non
si tratta dunque di un pittore che vi consenta di riposare sulla bellezza
cromatica delle sue composizioni: egli vi urta e vi turba perché,
nelle sue opere, serpeggia un'inquietudine che sa interrogarsi sui problemi
della condizione umana e sull' oscura vitalità di una natura che
ricicla se stessa dall'intimo delle proprie risorse.
Globalmente sono riassunti, in questa mostra personale, gli ultimi dieci
anni del suo lavoro. A scorrere, da un'immagine all'altra, il suo percorso,
si può subito capire com'egli non sia per nulla pacificato per
i propri esiti.Il lievito prorompente che preme nella sua visione resta
infatti tutt'altro che sodissfatto. Dall' Agnello scannato dell'84
al groviglio della Piovra, appena ultimato in questo Novembre,
la linea della sua ricerca appare irta di domande sia rivolte a se stesso
che agli enigmi che ci circondano. Leonelli insomma non è rassegnato
ad accettare il destina a cui ci sentiamo di essere sacrificati. Egli
è piuttosto deciso a urtare il fatto col proprio petto. Ecco perché
non cessa di porsi e di porre tanti problemi, chiedendone risposte adeguate,
anche se conosce le difficoltà in cui siamo sigillati.
Il mondo vegetale e animale, nella sua opera, non è che una metafora
della vicenda di cui siamo protagonisti, ma in ogni caso non è
mai un simbolo astratto. Al contrario, è sempre una verità
della vita palpitante ch' egli intende rappresentare nella sua vera sostanza.
Si guardino i grovigli delle sue "cime di rapa". E' difficile
non pensare che tali immagini non alludano a quelle forze occulte che
presiedono ad ogni trasformazione organica della natura e quindi al dinamismo
profondo implicito nella materia. Voglio dire cioè che il senso
delle sue immagini ha sempre un recondito significato filosofico, anche
se la verità dell'immagine non è mai scissa dalla verità
immediata del soggetto che rappresenta.
E' quanto accade ugualmente ai suoi miti oranghi, così curiosi
a capire i passerotti che trattengono nel pugno. Che cosa esprime dunque
la loro immagine se non il rapporto misterioso dove ogni creatura è
il tramite di una solidale catena di affinità che la collega ad
ogni altra, alla nostra stessa esistenza?
Il mondo animale è un mondo terrestre come è terrestre il
mondo dell'uomo.
La sorte è dunque comune. Leonelli non intende assolutamente pronunciare
gerarchie di valori. La sua visione ha una dimensione generale: è
il mondo in cui conduciamo la nostra esperienza che ha un solo ed ermetico
destino a cui conviene dunque presentare le nostre domande.
Ma si badi: nella foresta in cui è rannicchiato uno dei suoi oranghi
arboricoli, confuso tra le erbe,appare però, a questo punto, anche
un nuovo e curioso personaggio: la figura di un antico intellettuale dalmatino,
a cui si deve la prima traduzione latina della Bibbia ebraica:Gerolamo
santo e remoto padre della Chiesa.
C'è da chiedersi il perché di una tale apparizione e non
è certo facile dare una risposta. Forse Leonelli l'ha scelto perchè
Gerolamo rappresenta la figura dell'interprete per eccellenza,
di colui cioè che per primo ha tentato di tradurre
per noi il "mistero", gli "enigmi", le "parole
segrete" pronunciate da Dio.
Vecchio e barbuto, egli impersona quindi la saggezza che l'uomo ha perduto,
ma che dovrebbe ritrovare. Porta un antico cappello cardinalizio, ma che
somiglia pure a quello che portano gli ebrei di fede inconcussa. A volte
invece lo dipinge nudo e tutt'ossa, come un tempo l'hanno dipinto gli
artisti del passato, da Leonardo a Tiziano. Forse dal loro esempio, qualche
suggestione l'ha pure ricevuta. Nel Leonardo del Vaticano, il tradizionale
santo è sparito. Gerolamo non è più l'asceta davanti
a Dio, è solo un'anatomia crudele di muscoli e tendini, un personaggio
scarnificato nella sua umanità; mentre, nel Tiziano, il Gerolamo
penitente si sta percuotendo il petto nudo con un sasso
E' così,
e in altri modi ancora, che Leonelli, secondo la propria ispirazione,
vorrebbe rappresentare e rappresenta Gerolamo.Sembra anzi che lo voglia
studiare in ogni particolare,dipingendone pure numerosi dettagli separati,
le mani, le gambe,sino al tentativo, non solo di inventarsi la sua fisionomia
matura, ma anche la sua prima immagine infantile.
C'è quasi una passione ossessiva in questa sua esigenza, qualcosa
che gli accende la mente sino a trasformarla in un vortice di fuoco. E'
una tensione interiore a cui però egli non può resistere
a lungo. Ritrovare una misura più calma e distesa è pure
necessario, è la condizione stessa per continuare l'impresa di
tradurre in immagine le proprie emozioni. E questa, appunto, è
la premessa di una serie di opere, di largo impianto e di più serena
visione, a cui Leonelli finalmente approda. E' il momento in cui egli
rievoca gli incanti della sua infanzia i primi incontri con il mondo animale
e vegetale. Così la remota radice poetica della nostra esistenza
lo seduce come se ora agisse in lui, con forza, una sorta di gravitazione
terrestre che lo tiene intimamente aderente alla verità della sua
storia. E' un momento di grazia. Nelle opere che dipinge in questo periodo
è come se egli, deposte le inquietudini, si riappacificasse con
le nostre mitologie quotidiane. Adesso Gerolamo sembra essere felice:
si incontra con gli amici, ritrova lo zoo familiare a cui si uniscono
ora i personaggi dell'infanzia già viventi nelle popolari creazioni
del cinema d'animazione: il Mikey Mouse di Walt Disney e il Bugs Bunny
della Warner Bros.
E a questo punto che egli può dunque guardarsi intorno senza altre
preoccupazioni e osservare ciò che accade nella natura brulicante,
anche nelle sue manifestazioni meno appariscenti, come può essere
un bruco, una formicola, una zanzara, perché ormai tutto gli appare
come una meraviglia, come un motivo prezioso dell'universo visibile, propaggine,
dell'invisibile che va oltre la corteccia del nostro sapere e affonda
con le sue radici nelle viscere della terra.
Leonelli sta quindi portando avanti una riflessione non solo sulle proprie
emozioni, ma sull'innumerevole selva dei problemi insoluti che ci assediano.Lo
fa attraverso l'mmagine di Gerolamo, del grande interprete, pregandolo,
se non può dare risposte sicure, di formulare almeno qualche probabile
ipotesi. Non molto tempo fa c'è stato un critico che ha esaltato
l' "irresponsabilità festosa del disimpegno". Ecco: Leonelli
è all'opposto di una simile esaltazione. E' cioè un artista
che non intende voltare le spalle ai problemi, I problemi, al contrario,
se li pone con ostinata coerenza, tentando di districarli e di articolare,
col suo linguaggio immaginoso, una possibile via alla conoscenza.
E' per questo che Gerolamo prende appunti, scrive incessantemente le
sue osservazioni una pagina sull'altra. Guardate i quadri e i disegni
che Leonelli ci pone sotto gli occhi: di una simile fitta ragnatela di
note v'è dovunque una traccia concitata. Gerolamo vorrebbe sapere,
cerca di analizzare, registra i risultati a cui riesce ad arrivare. Ma
in realtà non è mai soddisfatto. I dubbi restano, anche
il dubbio che ci sia davvero una risposta
E' dunque un lungo viaggio, anzi, una vera scorreria attraverso
gli anni e i giorni che ci coinvolgono, quella che Leonelli ci sottopone
quale memoriale delle sue e delle nostre avventure Di ciò, guardando
i suoi quadri e i suoi disegni, non dobbiamo mai dimenticarci. Il suo
è un invito a renderci conto del senso che gli episodi della nostra
esistenza hanno significato e significano, ma ciò senza pregiudizi
e tanto meno con moralismi ex cathedra. Umanissimo è dunque il
suo discorso, con tutto il tremore e il timore del caso. Qualche anno
fa, nell'89, Leonelli aveva dipinto un quadro che forse potrebbe diventare
una chiave di lettura dell'intera sequenza delle opere che ora sono appese
alle pareti di questa sala. E' una composizione dove si vede, a testa
in giù, un agnello scuoiato, vitima emblematica delle stragi perpetrate
dagli uomini sul nostro pianeta. Sotto, invece, ha dipinto il proprio
autoritratto, l'esatto contrario d'ogni narcisismo. L'autoritratto, infatti,
è l'immagine grottesca e deformata della propria figura: l'immagine
di omuncolo intabarrato, barbuto e sornione, fruitto di una ironia impietosa
nei propri confronti. E di che cosa dovremmo essere fieri e felici, pare
che ci dica, se, nella situazione in cui viviamo, non siamo riusciti a
risolvere nessuno dei problemi che ci assillano,
Nel quadro però, accanto a un tale autoritratto, c'è un
secchio con tanto di straccio e di scopa. Ecco: è un brutale e
perentorio invito perché finalmente ci si decida da far pulizia,
a cancellare colpe e tradimenti per restituire all'uomo la propria dignità.
Forse, dunque, l'impresa di Leonelli non è che un' impresa pedagogica:
non mi pare che si debba avere paura delle parole. Tuttavia, è
certo, si tratta di un'impresa portata a termine con tutte le carte in
regola per essere definito un pittore autentico, un sicuro inventore di
immagini, e soprattutto,
sediovuole, un artista che, oltre le peripezie del gusto, restituisce
all'arte il valore della persuasione.
Dicembre 1993 Mario De Micheli
L'Edizione d'arte "Il cervo volante, la formica, la vespa e la zanzara"
con 4 poesie, di Mario de Micheli 1994
Il cervo volante, la formica, la
vespa e la zanzara.
Il Cervo volante
Appartengo a una grande famiglia.
Ho le mandibole lunghe e forcute,
una bruna corazza.
Io sono una mostruosa meraviglia.
Però malgrado la razza
non sono un sanguinario: esco
solo se arriva il fresco
dopo il tramonto: conosco
ogni segreto del bosco
La Formica
Sono un membro della tribù.
Da sola valgo poco ma se tu
mi pensi insieme al branco
allora t'accorgi che siamo
una forza della natura.
Senza il branco m'invade la paura.
Ecco perchè io amo
l'andare tutte in fila,
una, duecento, mille, cinquemila...
La Vespa
Soltanto per difendermi ti pinzo.
La mia sola passione sono i fiori,
senza di loro invecchio e mi raggrinzo.
Quando in livrea nera a strisce gialle
esco volando con i primi albori
la campagna brillante di colori
m'accoglie e mi corteggia.
Sono in pace col mondo che gorgheggia
e se per malasorte
pungo qualcuno, ahimè, mi do la morte.
La Zanzara
Nottetempo incomincio la caccia.
Mentre tu giaci addormentato
discendo ronzando sulla tua faccia
e nel silenzio della stanza
affondo felice il mio pungiglione.
L'estate è davvero la mia stagione.
Succhio e mi inebrio della tua sostanza.
Il sangue dell'uomo è prelibato.
Un poco così mi riprendo
il sangue che l'uomo ha versato.
L'Edizione d'arte "Il profeta Isaia" una lirica e 5
immagini in una cartella di incisioni e acquerelli, 1995
Il profeta Isaia
una lirica di Mario De Micheli
Isaia era un barbone di città.
Beccato dalle pulci e dai pidocchi
gridava maledizioni
inciampando nelle parole.
I denti cariati
gli ballavano nelle gengive,
le ossa gli bucavano la pelle.
Andava in giro sotto le mura,
nei mercati di periferia
ma gli improperi davano fastidio
e la sua sporca miseria generava ripulsa.
Nessuno voleva più credere
all'invasione delle locuste,
al ritorno del terrore.
I giorni sembravano sicuri
e i giovanotti recitavano alle ragazze
il cantico dei cantici.
Poi d'improvviso calò un buio di pece,
le serpi strisciavano fin dentro le case,
le notti si fecero piene di urli,
ma non si seppe mai cosa accadde.
Più tardi i tempi ritornarono calmi
e i signori ricominciarono a passare
scortati dalle guardie.
Isaia stava muto davanti alle porte. |