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Esposizione "acque colorate e neri secchi" Aprile 2003
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Giorgio Celli alla presentazione dell'opera "Angoli vivi in ordine
sparso" a Modena
Presentazione nel catalogo "Paradossi del
volo" in occasione della mostra presso il Circolo degli
artisti di Faenza 29/10-14/11/2004
L’idea di Lessing, espressa nel suo saggio
sul Laocoonte, era che, al contrario della poesia, che esige, per dir
così, un tempo di lettura, la pittura consente una percezione simultanea
e totale. Ovviamente si sbagliava, perché, come ha dimostrato nel
secolo appena passato lo psicologo russo Jarbus, l’occhio di chi
guarda un quadro, innesca un vero e proprio percorso percettivo, va e
viene più volte sugli stessi particolari, e, in un certo senso,
rende legittimo parlare di una lettura vera e propria, che si svolge per
l’appunto nel tempo. Di recente Castel, in alcune sue magistrali
conferenze, ha preso in esame l’opera d’arte, il quadro, da
un punto di vista
fisiognomico, considerando i gesti e le espressioni dei personaggi rappresentati
come degli elementi narrativi di un racconto che si affianca alla percezione
più propriamente estetica. Secondo me si tratta di una maniera
di riformulare l’interazione tra la celebre coppia percettiva, della
iconografia da un lato, che è semplicemente quel che si vede nel
quadro, e dell’iconologia dall’altro lato, che completa quello
che si vede con quello che si sa, ottenendo, talvolta, non solo un ampliamento
dell’empatia, ma un rovesciamento della valutazione. Mi sembra chiaro,
allora, che l’iconologia tende sempre a suggerire un racconto, e
se il quadro astratto racconta se stesso, quello per figure narra una
storia, che ha un prima e un dopo, mi si consenta la semplificazione.
Con il suo sciame paranoide, il cui volo prodigioso si snoda lungo una
strip di ben 30 metri, Luca Leonelli ha puntato decisamente su di una
opzione: proporre in modo perentorio una pittura che assuma le peripezie
di un vero e proprio racconto epico. Osservando quest’opera davvero
singolare, mi è venuto in mente l’analogo di una Via crucis
entomologica, il cartellone con figure di un qualche cantastorie, come
si incontravano una volta sulle piazze dei mercati, una illustrazione
scientifica del libro di zoologia di un pianeta immaginario, e, alfine,
quel che più importa, la descrizione di un viaggio attraverso le
forme, il diagramma convulsionario di una straordinaria metamorfosi. Perché,
questo sciame di animali fantastici, fantasmi di formiche o di api che
siano, che vola sui prati e sulle paludi, diventando folla tra la folla,
si presenta come un evento naturale che si trasfigura in pittura, e aspira
così ad andare al di là dei confini canonici del quadro.
A dilatarsi in un percorso ditirambico che finisce, se posso dir così,
precipitando come Alice in un buco nero che conduce al di là dello
specchio, nel dietro del quadro, insomma! A rendere esplicito, una volta
per tutte, che la paranoia del volo è, in realtà, una paranoia
critica, e come tale nasconde una irridente operazione concettuale. Un
dipinto che scorre lungo i muri come un grande fiume di colori, sconfinando
e alluvionando, alludendo a una possibile progressione nell’infinito.
Un’opera che non è solo, ma forse soprattutto…un gesto!
Giorgio Celli Settembre 2004
Personale presso la Fondazione CA' LA GHIRONDA, Bologna,
per il ciclo di mostre "Arte e Natura" 
a cura del Prof. Giorgio Celli Aprile 2004
Luca Leonelli, in compagnia degli insetti.
Se è vero che tutti gli uomini hanno un totem, un
animale o una pianta, che, spesso senza saperlo, hanno sacralizzato nel
loro cuore, gli artisti confessano nelle loro opere, senza troppi infingimenti,
queste loro predilezioni. Hogarth amava i cani, e Klee idolatrava i gatti,
ma se è facile immaginare come si possa prediligere questi nostri
animali da compagnia, Luca Leonelli, benché abbia dipinto anche
dei cani, spesso mostruosi però, dimostra, dal canto suo, delle
propensioni davvero singolari: ama soprattutto gli insetti. E di questo
popolo innumerevole, non preferisce mica le farfalle, che si incendiano
dei più vivaci colori nel sole, e neppure l’ape, la laboriosa
alchimista del miele, Leonelli si dedica in pittura ai moscerini che salgono
come dei lapilli freddi dai vapori del mosto, alle mosche che frequentano
le nostre case, ai gorgoglioni che infestano i fiori, all’umile
formica che ad ogni passo rischiamo di calpestare. Queste infime creature
sono per lui dei giocolieri delle forme, dei protei minuscoli che esibiscono
le loro strutture, strabilianti macchine di sopravvivenza, e spesso di
una orrida bellezza, sui confini del visibile. Da un certo punto di vista,
Leonelli traccia la mappa di una sua sommersa Atlantide entomologica,
che non rappresenta, ma che, parafrasando un aforisma di Klee, rende visibile.
I suoi insetti sono naturali e insieme, vorrei dir così, culturali,
figure chimeriche mescolate con parole, e poste a confronto con strutture
geometriche assediate ed erose, quasi metafore dell’ordine perennemente
posto in forse dal caos. Leonelli è l’esploratore delle terre
incognite, dove vivono degli esseri che sono dappertutto, ma che nessuno
vede. La sua poetica, di pittore presente al suo tempo, punta sull’alieno,
sul lontano, sullo strano.
E in tal senso, benché remoto, sembra perdurare in queste sue fantasticherie
biologiche il fantasma di un certo surrealismo, alla Rostand più
che alla Breton. Ma il suo intento non è quello di spaesarci e
di sorprenderci: con una pittura fatta di sciabolate cromatiche e di macrocosmi
in espansione esplosiva, vuole ricordarci che spesso quello che più
ci sembra dissimile, fa invece parte di noi stessi, e che, l’amore
per la diversità, accresce la nostra umanità. In tal senso,
l’insetto è un mentore!
Giorgio Celli Aprile 2004
Dall'opera in tre volumi "Angoli vivi in ordi ne
sparso" contenente 21 incisioni di Luca Leonelli con testo
critico di Giorgio Celli
La prospettiva è un'esigenza naturale, e quindi,
per dir così, ereditaria, della percezione? La simmetria lo sarebbe
del pari? Qualcuno, di tanto in tanto, lo sostiene, e talora con argomenti
biologici ed evolutivi.
Si è visto, per esempio, che certi uccelli sembrano preferire,
e in maniera vistosa, delle figure simmetriche, premiando le percezioni
armoniche rispetto a quelle caotiche, e da sempre si commenta l'esagono
delle cellette delle api come un paradigma della propensione della natura
per la geometria. Ma tutte queste affermazioni riposano, dopo tutto, su
fondamenta quanto mai fragili. Difatti, per l'arte occidentale, la prospettiva
è stata una vera e propria conquista storica, realizzata al culmine
di una progressiva marcia verso la verosimilianza pittorica, mentre, per
converso, l'arte di moltissime culture cosidette primitive non ha mai
dato segno di volersi appropriare di alcuna prospettiva, restando, nella
rappresentazione del mondo, in una dimensione piatta, simile a quella
che riscontriamo nel disegno infantile.
Ma la prova che la pittura non abbia alcuna necessità biologica
di esprimersi in una grammatica visiva prospettica, ma che tale percezione
estetica sia di ordine culturale, diventa inconfutabile se consideriamo
che l'arte del Novecento ha puntato spesso sull'abolizione della tridimensionalità
del quadro, o per lo meno su di una sua pesante messa in discussione.
L'apollineo, che punta, almeno nell'accezione che qui vogliamo dargli,
sull'armonia e sulla verosimilianza, viene spiazzato dalla pulsione dionisiaca
delle avanguardie storiche del secolo appena passato a favore di una voluta
disarmonia e di una propensione per il caso, o comunque per uno spostamento
eccentrico dal veduto al pensato.
Queste considerazioni preliminari mi sono nate sfogliando le stimolanti
incisioni di Luca Leonelli, quelle, tanto per cominciare in bianco e nero,
che sembrano suggerire, attraverso un gioco di immagini quanto mai elementari,
una vistosa opzione concettuale.
La macchina percettiva elaborata da Leonelli si organizza in un rapporto
di contrasto tra delle linee, l'una dritta e le altre due oblique, che
alludono al fantasma di una prospettiva nascente, o al suo iconema se
si preferisce, e una costellazione fittissima, una sorta di via lattea,
di punti neri, forse degli insetti microscopici?, che si coagulano formando
una macchia dai contorni indefiniti.
L'immagine complessiva, in cui, e che Arnheim mi perdoni, viene spazzato
via ogni qualsiasi equilibrio gestaltico dello spazio del foglio, funziona
come una trappola ottica per catturare l'attenzione e indurre al fantasticare.
Ci viene in mente il metodo della paranoia critica, trafugato da Salvador
Dalì a Leonardo da Vinci, che fonda, secondo me, un preludio all'idea
di opera aperta, in perfetto accordo con la prestigiosa neuroestetica
proposta di recente da Zeki.
Secondo questo punto di vista, il pittore elabora una percezione elementare
che chi guarda é chiamato a completare, chiamando
all'opera tutte le alchimie della sua immaginazione, o se si vuole, come
direbbe Zeki, i gruppi di neuroni di pertinenza. Si offre così
all'osservatore l'occasione di partecipare attivamente alla costruzione
della propria fruizione estetica.
Non credo, nel caso di Leonelli, che sia proprio così: la sua intenzione
é più versata sul concettuale che sul fantastico. Il concettuale,
difatti, pone le premesse per una empatia messa sotto cauzione cognitiva,
e si conforma di conseguenza a una poetica del pensare più che
del sognare, privilegiando la peripezia di una immaginazione che attraversa
l’inconscio per approdare alla coscienza, invece che elevare l’inconscio
a promotore estetico, come volevano fare i surrealisti. Leonelli pratica
una sorta di immaginazione progettuale. Proprio perchè, lo si voglia
o no, le sue incisioni chiamano in causa una coppia, non solo in contrasto,
ma percettivamente dialettica.
Difatti, il fantasma della prospettiva ridotta ai suoi
elementi fondamentali di altezza, larghezza e profondità, interagisce
attivamente con la macchia, e questa, per dir così, la sbeffeggia,
mettendo in discussione i grandi poli filosofici dell'occidente: ordine
e disordine, informazione ed entropia, norma e caos.
Nelle sue incisioni colorate Leonelli rende operante, invece, una sorta
di processo alchemico, dove le forme a spirale, o comunque serpentiformi,
sfumano in un blando cromatismo delle origini.
Si tratta di un'operazione di confine, che ci apre la porta del laboratorio
dei sogni.
Giorgio Celli, Marzo 2003 |