| 
Esposizioni
Edizioni d'Arte
Critica
Cataloghi
Biografia
Contatti
Links
Album foto
Leonelli
news
Home Page
|
Paradossi del volo
a cura di Giorgio Celli
Presso il Circolo degli
artisti di Faenza
29 ottobre-14 novembre 2004
L’idea di Lessing, espressa nel suo saggio sul Laocoonte, era che,
al contrario della poesia, che esige, per dir così, un tempo di
lettura, la pittura consente una percezione simultanea e totale. Ovviamente
si sbagliava, perché, come ha dimostrato nel secolo appena passato
lo psicologo russo Jarbus, l’occhio di chi guarda un quadro, innesca
un vero e proprio percorso percettivo, va e viene più volte sugli
stessi particolari, e, in un certo senso, rende legittimo parlare di una
lettura vera e propria, che si svolge per l’appunto nel tempo. Di
recente Castel, in alcune sue magistrali conferenze, ha preso in esame
l’opera d’arte, il quadro, da un punto di vista fisiognomico,
considerando i gesti e le espressioni dei personaggi rappresentati come
degli elementi narrativi di un racconto che si affianca alla percezione
più propriamente estetica. Secondo me si tratta di una maniera
di riformulare l’interazione tra la celebre coppia percettiva, della
iconografia da un lato, che è semplicemente quel che si vede nel
quadro, e dell’iconologia dall’altro lato, che completa quello
che si vede con quello che si sa, ottenendo, talvolta, non solo un ampliamento
dell’empatia, ma un rovesciamento della valutazione. Mi sembra chiaro,
allora, che l’iconologia tende sempre a suggerire un racconto, e
se il quadro astratto racconta se stesso, quello per figure narra una
storia, che ha un prima e un dopo, mi si consenta la semplificazione.
Con il suo sciame paranoide, il cui volo prodigioso si snoda lungo una
strip di ben 30 metri, Luca Leonelli ha puntato decisamente su di una
opzione: proporre in modo perentorio una pittura che assuma le peripezie
di un vero e proprio racconto epico. Osservando quest’opera davvero
singolare, mi è venuto in mente l’analogo di una Via crucis
entomologica, il cartellone con figure di un qualche cantastorie, come
si incontravano una volta sulle piazze dei mercati, una illustrazione
scientifica del libro di zoologia di un pianeta immaginario, e, alfine,
quel che più importa, la descrizione di un viaggio attraverso le
forme, il diagramma convulsionario di una straordinaria metamorfosi. Perché,
questo sciame di animali fantastici, fantasmi di formiche o di api che
siano, che vola sui prati e sulle paludi, diventando folla tra la folla,
si presenta come un evento naturale che si trasfigura in pittura, e aspira
così ad andare al di là dei confini canonici del quadro.
A dilatarsi in un percorso ditirambico che finisce, se posso dir così,
precipitando come Alice in un buco nero che conduce al di là dello
specchio, nel dietro del quadro, insomma! A rendere esplicito, una volta
per tutte, che la paranoia del volo è, in realtà, una paranoia
critica, e come tale nasconde una irridente operazione concettuale. Un
dipinto che scorre lungo i muri come un grande fiume di colori, sconfinando
e alluvionando, alludendo a una possibile progressione nell’infinito.
Un’opera che non è solo, ma forse soprattutto…un gesto!
Giorgio Celli Ottobre 2004
CON LO SCIAME NEGLI OCCHI
Che una tecnica come l’acquerello, quasi sempre affidata a brevi
palpiti di colore sul foglio immacolato, potesse servire a raccontare
un viaggio di trenta metri ininterrotti di carta è una sorpresa
che Luca Leonelli offre al pubblico di questa mostra come un volo con
lo sciame negli occhi.
Di fronte a questo profluvio di sensazioni cromatiche, il lettore si trova
alle prese con situazioni contraddittorie che prendono corpo sul foglio
dal primo scaturire dello sciame, la nascita informe e al tempo stesso
figurata, fino al suo estremo dileguarsi in un punto stabilito della parete.
Un punto scelto non a caso, dunque, uno spiraglio ipotetico dove l’immaginazione
è sollecitata a portarsi oltre la parete stessa, forse per ricominciare
daccapo, nel flusso pittorico di una grande assemblea umana, come un eterno
ritorno del volo.
Ma non sarebbe mai lo stesso viaggio: nessuna ripetizione è possibile,
altre avventure scattano verso l’inesplorato, avvolgendo visibile
e invisibile in un unico movimento che gioca con la prospettiva infinita
del vuoto.
Abituato a concepire l’arte come favola pittorica situata nel punto
di incontro di simboli e allegorie naturalistiche, Leonelli mette a dura
prova la fluidità del colore, il suo espandersi attraverso slittamenti
e contrazioni, slanci e costrizioni, addensamenti e leggerezze che procurano
un senso di convulsione e, di conseguenza, rinnovano ad ogni istante l’emozione
indicibile del volo.
In questo sciame che ronza oltre se stesso e si srotola senza esitazione
nell’atmosfera mutevole dello spazio l’artista codifica una
visione dell’esistenza come esperienza imprevedibile, stato d’animo
inquieto che somiglia alle intemperie della realtà esteriore, eppure
non accetta limitazioni né provocazioni, solo analogie con le più
contrastanti vicissitudini della natura.
Si tratta umori e sapori del visibile che il colore restituisce con molteplici
impulsi del segno, impulsi d’aria che diventano vortici, impulsi
d’acqua che sembrano materie liquefatte, impulsi di fuoco che si
muovono come lingue avvolgenti, senza dimenticare gli impulsi segreti
della terra, apparentemente trascurata dalle traiettorie del volo, eppure
riferimento inconscio di ogni trasfigurazione dell’immagine aerea.
Questo sciame di pulsazioni cromatiche ha smania di correre a gran velocità
verso l’obiettivo forse più avvincente per un artista dalla
fantasia singolare come Leonelli. Vale a dire: verso lo spettacolo furibondo
dell’onda-luce, dentro il dinamismo delle figure che proliferano
a perdita d’occhio, oltre il magma della natura che risucchia lo
sguardo nel proprio inarrestabile fluire.
Seguendo lo sviluppo lineare di questa scrittura visiva e verbale si ha
la sensazione che il pittore possa iniziare da un punto qualunque, tale
è infatti il modo di entrare in scena delle forme originarie, informi
e misteriose, a viso aperto e insieme segrete, spinte senza mediazioni
dentro il terremoto dell’esistenza a dover affrontare l’alterna
e necessaria vicenda delle passioni.
Leonelli intende lo sciame come metafora dello spazio sociale, affollato
di esseri che hanno sempre qualcosa di eccessivo nel loro modo di relazionarsi,
dunque spazio debordante, deformato e scosso da movimenti rapidi che non
ammettono meditazione, solo ritmi torrenziali e precipitose fughe in avanti.
Non importa dove, ciò che conta che non resti nulla alle spalle,
che le tracce del viaggio conducano verso l’altro capo del mondo.
Del resto, può forse l’artista prevedere le direzioni dell’atto
creativo, i tempi d’invenzione e il modo in cui un’immagine
si trasforma in un’altra immagine? Può egli essere cosciente
di tutto ciò che l’ambizioso progetto dell’opera comporta,
fino a capire che l’avventura del reale non potrà più
arrestarsi, ma modificarsi – questo si’- nei suoi corsi e
ricorsi?
Sulle ali di questa impossibilità di prevedere l’imponderabile
il volo è affrontato con l’arma del paradosso, in quanto
la sua verità sta sempre altrove rispetto all’immagine dipinta,
è fatta di figure che fuggono nel flusso irresponsabile del colore,
nella vibrazione del gesto che inonda il gran rotolo di carta con una
fitta pioggia di segni, di scritture calligrafiche, di curve voluttuose
e barocche. Queste visioni viste di sfuggita rinnovano ogni volta i ritmi
incalzanti dello sciame, il loro diverso articolarsi nella tensione totale
del volo che si espande nell’ambiente sotto il dominio del rosso.
Dopo aver raffigurato la nascita e l’adolescenza dello sciame siamo
quasi a metà del racconto e all’immagine sdoppiata di un
volto, forse l’autoritratto dell’artista in balia di un vortice
creativo. Segue un piccolo teschio che affiora da una folla di corpi alla
deriva: oscillazione del destino umano sull’onda di opposte prospettive,
l’individuo e la collettività, la vita e la morte, la violenza
e il dolore ma soprattutto il desiderio di assecondare gli eccessi corporali
e mentali.
Solo nella seconda parte del tragitto, quasi a compiacersi della propria
immagine, lo sciame si distende nel verde sogno della natura attraverso
spasmi di grigio, rimbalzi e ondeggiamenti pervasi da ombre e luci che
scivolano e si infrangono, quasi rumorosamente. Nello stesso attimo: l’uomo
si ricongiunge agli elementi naturalistici, il movimento dello sciamare
assume un respiro cosmico, la forma dei corpi si identifica nel dinamismo
del pensiero visionario che scorre senza tregua, talvolta drammatico e
irritato dalla propria ferocia.
Per Leonelli immaginare il volo significa dare sempre una soluzione nuova
agli stessi impulsi dinamici, vuol dire scuotere lo spazio fino al punto
di svelare nuovi incontri tra uomo e natura, connessioni invisibili eppure
persistenti, proprio perché la funzione generativa della natura
è totale, indica la condizione inesplicabile in cui l’uomo
ritrova la sua origine dentro i labirinti della materia, e non fuori dal
mondo.
Anche quando dipinge puntigliosamente il mare e i suoi abitanti, i movimenti
rapidi delle rane, l’artista è preso da un‘urgenza
espressiva che trasforma l’aspetto descrittivo in visioni oltre
i riferimenti stabiliti: gli occhi affondano nelle onde, i corpi sembrano
animali deformi, le mani vengono rapite dalla velocità delle linee,
le teste sembrano un esercito in marcia contro le onde. Il lettore non
può che assistere stupito di fronte agli eventi che si collocano
senza fissità e certezze nello spazio infinito lungo trenta metri
e alto uno e quindici.
Dentro questo sciame in continuo fermento avviene qualcosa che nessun
altro spazio sa garantire, in quanto spazio della pittura, sensibile solo
alle tentazioni del colore, a quell’istinto che spinge Leonelli
a competere con le correnti d’aria, le raffiche di vento, le scie
che collegano un punto all’altro, fino a rovesciarsi, tornare indietro,
per ricacciarsi di nuovo in avanti.
In questi anni di cieca dedizione alle forme immateriali della tecnologia,
il piacere di sentire il colore come strumento che non si allontana dall’uomo
e dai suoi esercizi d’invenzione è qualcosa che quest’opera
avvolgente di Leonelli fa apparire sempre più necessario.
E’ un piacere che allude alla complessa metodologia di lavoro del
pittore, alle sue riflessioni sulla natura aggressiva dell’uomo
ma soprattutto alla libertà immaginativa del suo racconto inverosimile,
con un linguaggio sospeso tra diverse discipline, tra arte e antropologia.
In fondo, questo è il valore conoscitivo ed estetico su cui Leonelli
fonda la sua visionaria idea dello sciame sociale: rappresentare l’avventura
vertiginosa del volo come metafora totale dell’esistenza, attraverso
il flusso inesauribile del pensiero pittorico.
Claudio Cerritelli
‘The great Dinosaurs had long
since perished when their ships
entered the solar system, after
a voyage that had already lasted
thousands of years’
S. Kubrick and A.C.Clarke, 2001: A Space Odyssey Screenplay
CERCANDO ULISSE
Seguire il volo. Anni di post-moderneggiante individualismo
e tecnologia digitale, in cui la possibilità di generare e distribuire
innumerevoli immagini continua a distrarre dall’interrogarsi sul
senso e l’utilità di ognuna, ci hanno abituato a diffidare
di una proposta così sfacciatamente rinascimentale. Che arroganza!
Che presunzione, in questo nostro imprescindibile Presente dalle mille
sembianze equivalenti, il tracciare una visione universale dell’umano!
Eppure le peripezie dello sciame coinvolgono subito. Disturbano
e attirano, tanto nella violenza delle rivolte senza esito quanto nell’ironia
sulla fragile quiete tra le rane, senza parlare della corsa ‘finale’
(?) verso il Buco del Giudizio. Affascina il senso di un racconto che
é La Nostra Storia quanto é un punto di vista, una sfida
al pensiero, al bisogno di essere critici nonostante la rinuncia ad ogni
illusione.
Del resto, nulla é sistematico nel volo se non il
suggerimento del dubbio, un dubbio che – al contrario del cogito
cartesiano - non esclude nulla, abbraccia tutta la materia e emerge da
ogni dettaglio della sua continua evoluzione. C’é un senso
per l’individuo nella storia? C’e’ un protagonista,
un filo conduttore preferibilmente senziente dell’azione spasmodica
e irrefrenabile che chiamiamo vita?
La domanda può solo esser posta, con forza, in più
forme. E' un omaggio tanto beffardo quanto drammatico al razionale umano,
le cui ali non possono cedere perché non é un Icaro a guidarle
e sfidare la morte, ma una Folla tiranneggiata dalle leggi della Natura
e della Storia, secondo le quali né la volontà né
la mera esistenza dell’ Uno determinano se non un guizzo fugace
del pennello.
L’atto stesso di creare il volo, come pure di contemplarlo,
compiuto, sulla carta, indica prima di tutto la necessità di abbandonare
ogni tentativo di imporre interezza, coerenza, unicità di prospettiva.
L’unica certezza é quella del paradosso: non esiste riflessione
globale né percezione unitaria se non nella rinuncia a una visione
d’insieme. Cos’é l’insieme, sembra chiedere Luca,
se non un’esperienza di movimento? Le inesauribili trasformazioni
dello sciame non si possono osservare se non in azione – degli insetti
e delle rane loro malgrado, del pittore in bilico sulla carta, del visitatore
che si sposta, indietreggia, si volta, si avvicina alle immagini nella
vana, umanissima speranza di coglierne un’essenza unica.
In volo, i paradossi si accumulano e intrecciano in una
inesauribile molteplicità di risposte insoddisfacenti. Tracciare
un segno é allo stesso tempo prendere posizione e abbandonarla,
una riflessione dinamica, inarrestabile, ma sempre presente nell’intento
esplicito dell’opera. Lo sciame pullula dell’ineffabile tensione
tra comprensione e azione, l’una necessariamente semplificante,
limitata, locale perché individuale, l’altra un processo
inarrestabile di continua, estenuante, illogica trasformazione. L’animale
uomo vive nel tempo e nello spazio della natura a cui appartiene e che
definisce i confini della sua esistenza. L’animale uomo é,
inevitabilmente, definito dal branco – ma non si vede amore nel
volo, né scopo, solo il ronzare continuo di passioni in tumulto,
un viaggio senza soste che è garanzia di sopravvivenza tanto necessaria
quanto misteriosa.
La domanda é molteplice, normativa e descrittiva
insieme. Contiene i germi di tante risposte, ma nessuna risoluzione –
com’é privilegio del pensiero in immagini. Nessuna analisi
scritta può evitare di ridurre il complesso insieme di prospettive
presentato dall’opera. Eppure, Luca continua a servirsi delle parole
– il linguaggio lo affascina al punto da inserirlo come elemento
separato, vocale e ricorrente, nel percorso tracciato dalle immagini.
L’ artista e’ fin troppo consapevole dell’impossibilità
di separare i mondi del corpo, dell’analisi verbale, dell’immagine
compiuta. Possiamo quasi immaginare i movimenti del corpo vivo, unico,
pensante e dubbioso all’opera. Tutto nell’immagine é
azione, il tratto minuzioso, l’acquerello brusco quanto esile sulla
carta. Tutto nell’azione é pensiero, un commento frammentato
e molteplice quanto l’esperienza che lo genera, e quindi giustamente
espresso in un misto di esclamazioni impulsive, riflessioni lungamente
meditate, reazioni improvvise quanto naturali alla storia che avanza.
Quasi inutile sottolineare il paradosso più evidente
e fondamentale del volo: mio padre crede nell’Uomo. Più che
una fede, il suo é un desiderio, un chiedere e chiedersi senza
grandi speranze ma con un radicato quanto ineffabile senso del giusto.
Non si trova speranza nella folla di insetti coralmente votata a un volteggiare
senza meta apparente. Eppure, l’azione persiste, e con essa il susseguirsi
degli eventi, spesso tumultuosi, a volte ciclici, raramente stabili, ma
sempre provocanti: la sussistenza umana continua nel moto, nella continua
trasformazione che lascia nulla di composto, nulla di permanente, nemmeno
al momento del Giudizio – anch’esso, un passaggio. In questo
processo evolutivo – dove evolutivo denota la necessità del
biologico, non l’arroganza del progressivo – l’uomo-animale
si torce nella ricerca di una libertà individuale tanto agognata
quanto apparentemente improbabile.
Sabina Leonelli, Settembre 2004
Personale pressso la Fondazione CA' LA GHIRONDA per il ciclo di mostre "Arte
e Natura"
a cura del Prof. Giorgio Celli Aprile 2004
Luca Leonelli, in compagnia degli insetti.
Se è vero che tutti gli uomini hanno un totem, un animale o una
pianta, che, spesso senza saperlo, hanno sacralizzato nel loro cuore,
gli artisti confessano nelle loro opere, senza troppi infingimenti, queste
loro predilezioni. Hogarth amava i cani, e Klee idolatrava i gatti, ma
se è facile immaginare come si possa prediligere questi nostri
animali da compagnia, Luca Leonelli, benché abbia dipinto anche
dei cani, spesso mostruosi però, dimostra, dal canto suo, delle
propensioni davvero singolari: ama soprattutto gli insetti. E di questo
popolo innumerevole, non preferisce mica le farfalle, che si incendiano
dei più vivaci colori nel sole, e neppure l’ape, la laboriosa
alchimista del miele, Leonelli si dedica in pittura ai moscerini che salgono
come dei lapilli freddi dai vapori del mosto, alle mosche che frequentano
le nostre case, ai gorgoglioni che infestano i fiori, all’umile
formica che ad ogni passo rischiamo di calpestare. Queste infime creature
sono per lui dei giocolieri delle forme, dei protei minuscoli che esibiscono
le loro strutture, strabilianti macchine di sopravvivenza, e spesso di
una orrida bellezza, sui confini del visibile. Da un certo punto di vista,
Leonelli traccia la mappa di una sua sommersa Atlantide entomologica,
che non rappresenta, ma che, parafrasando un aforisma di Klee, rende visibile.
I suoi insetti sono naturali e insieme, vorrei dir così, culturali,
figure chimeriche mescolate con parole, e poste a confronto con strutture
geometriche assediate ed erose, quasi metafore dell’ordine perennemente
posto in forse dal caos. Leonelli è l’esploratore delle terre
incognite, dove vivono degli esseri che sono dappertutto, ma che nessuno
vede. La sua poetica, di pittore presente al suo tempo, punta sull’alieno,
sul lontano, sullo strano. E in tal senso, benché remoto, sembra
perdurare in queste sue fantasticherie biologiche il fantasma di un certo
surrealismo, alla Rostand più che alla Breton. Ma il suo intento
non è quello di spaesarci e di sorprenderci: con una pittura fatta
di sciabolate cromatiche e di macrocosmi in espansione esplosiva, vuole
ricordarci che spesso quello che più ci sembra dissimile, fa invece
parte di noi stessi, e che, l’amore per la diversità, accresce
la nostra umanità. In tal senso, l’insetto è un mentore!
Giorgio Celli Aprile 2004
Personale presso il Castello di Formigine
- Maggio 2000
Hermes
Nel ciclo di pitture sul tema del San Gerolamo - dottore della chiesa
latina, dunque un intellettuale, ma anche eremita, che la tradizione iconografica
mostra immerso in un paesaggio aspro, a contatto con le fiere - Leonelli
affrontava il tema dell'uomo che pensa, in apparenza separato dal mondo
ma circondato dalla natura e dall'animalità. Nel quadro che apre
questa mostra le idee assumono la forma del fumo di una sigaretta che
esce dalla testa; alle spalle del fumatore un cane e una foresta ricordano
gli attributi classici del santo e, al tempo stesso, suggeriscono una
continuità con lo specifico passato della pittura di Leonelli attraverso
la figura dell'animale, già al centro di una consistente sequenza
di opere.
Il nuovo ciclo presentato in quest'occasione verte sull'idea dell'erma.
Nel mondo greco antico, e poi romano, le erme - pilastri quadrangolari
originariamente sormontati da una testa, più avanti da un busto
maschile, dotati di un attributo fallico simbolo di fecondità utile
anche per allontanare gli influssi malefici, talvolta arricchiti da iscrizioni
moraleggianti - erano collocate lungo le strade, agli incroci, a segnare
confini, ricordando la presenza positiva di un dio: Ermes, dal quale deriva
il loro nome, era (anche) il protettore delle strade, dei "percorsi".
Una sorta di anello di congiunzione tra la figura di San Gerolamo, con
tutto quanto significa, e il tema sul quale ha ora lavorato Leonelli potrebbe
essere costituita da un altro eremita, San Simeone Stilite, che compare
nell'iconografia tramandata proprio come erma vivente. Leonelli usa l'immagine
dell'erma per dare forma all'idea di un rapporto dell'uomo con il mondo
fortemente limitato dall'immobilità (l'erma è piantata nel
terreno, è di pietra, subisce le aggressioni della natura organica),
governato da un "io diviso" e agitato dalla pulsione insopprimibile
- quando si esercitino le facoltà del pensare e del sentire, l'intelletto
e le passioni - a rompere quell'immobilità, a uscire da essa.
In queste erme il corpo non è più di pietra, ma di carne.
La testa non c'è, ma il flusso delle idee - riprendendo l'immagine
del fumo della sigaretta dell'autoritratto come San Gerolamo - si concretizza
in un'eruzione di colore che alla testa si sostituisce, investendo il
mondo. La spinta all'azione, all'interruzione dell'immobilità,
non è solo mentale: al torso bloccato dell'erma-corpo si aggiunge
un braccio, oppure una mano, sviluppi degli originari monconi di arti
delle erme antiche, che tendono a invadere lo spazio reale, fuori dalla
tela, lo spazio di chi guarda.
Il quadro che chiude la mostra propone un uomo che può ritrovare
la propria naturalità. Non è più bloccato come un'erma;
la sua nudità, anzi, rimarca ora una condizione di libertà
e al movimento fisico - sta camminando - s'intreccia un vorticare d'idee
più che mai vulcanico, espansivo, teso all'utopia di un'età
dell'oro, di felice integrazione di pensiero e natura.
Tali considerazioni riguardano il "che cosa". Se ne è
parlato prima "perché il che cosa è più importante
del come. È dal che cosa che si sviluppa il come!".
Quest'affermazione di Otto Dix - tratta da un breve scritto del 1927 intitolato
È l'oggetto che conta - sembra ben adattarsi al lavoro di Leonelli
e suggerirne una chiave di lettura anche dal punto di vista del "come",
cioè della maniera pittorica (o grafica, nel caso degli acquerelli
che si è scelto di proporre, per minimamente evocare il percorso
di ideazione e formulazione dell'immagine). Non è certo casuale
che Leonelli abbia esposto a Berlino e, nella capitale tedesca, stia preparando
una nuova mostra. Berlino è il centro artistico del XX secolo che
ha storicamente contrapposto ai formalismi e ai piaceri decorativi dell'asse
Parigi-New York una pittura e una grafica spesso dure, aspre, costruite
intorno alla figura e alla rappresentazione delle cose e principalmente
interessate all'affermazione e alla comunicazione di idee. Non si tratta
certamente di una questione di stile; d'altra parte soltanto a Berlino
sarebbe potuta nascere, nel 1993, la prima Triennale del realismo.
Per Leonelli - come per tutta quella cultura figurativa contemporanea
per lo più non italiana, in buona parte tedesca, appunto, con la
quale egli registra significative consonanze - la nozione di realismo
non dev'essere naturalmente intesa in termini fenomenologici, cioè
come volgare pittura d'imitazione. Coincide con il progetto, invece, di
sollevare e discutere problemi reali indipendentemente dal linguaggio
scelto e al di là della leggerezza delle immagini e delle virtualità
che tendono oggi a occupare tutti gli spazi possibili.
Aprile 2000 Antonello Negri
articolo su periodico della Provincia di Modena
Si può affermare che la pittura di Leonelli non è esito
di impulso istintivo ma un fatto di sensibilità ed emozione, un
rapporto complesso e sempre misterioso; una ricerca continua delle manifestazioni
della natura che egli scopre con l'osservazione.
Un intrigo di foglie di cime di rapa diventa un quadro, ogni animale o
cosa della natura che ci circonda divenuta sogetto vivo di un bestiario
animalistico e umano. Per Leonelli la Pittura è un mezzo idoneo
non a riprodurre l'evidenza delle cose e della figura, bensì a
cercare una identità speciale della relazione complessa e profonda
tra l'uomo e il mondo fuori da ogni aneddoto rappresentativo.
Egli cristallizza miracolosamente la sua focltà di espressione
e svela il degrado dell'umanità. Il suo pennello è un bisturi
che fruga nel corpo dell'uomo come nelle numerose produzioni di San Gerolamo,
personaggio chiave dell'ultimo Leonelli
Questo processo di riduzione a assenza è unito ad una azione
di ricerca dell'io più intimo dell'artista, una osservazione di
primi piani che si propongono come memoria e sensori vegetali, morbidezza
e spessori di tessuti umani. Ne risulta un linguaggio plastico, lirico
e concettuale, un procedere per invenzione di metamorfosi di racconti.
Del linguaggio pittorico di Leonelli, si può dire che v'è
la rappresentazione dell'immagine
Ovviamente è impossibile nei termini di questa brevissima
nota sfiorare la complessità e la sofisticazione del linguaggio
pittorico di Leonelli, forme e colori articolati, non provvisorio e bozzettistico,
la pittura è mossa, disegnata e dipinta con mano maestra come nell'acquarello
che l'artista padroneggia in modo mirabile dalla liquida trasparenza dei
corpi all'immediata naturalezza con cui egli traduce verdura, insetti
ed animali in immagini di puro colore.
Il mondo pittorico di Leonelli è di una grande sensibilità
poetica e di una forte ricchezza di umanità che sa tradurre il
suo fervido cinismo in candida parabola e la testimonianza alla sua fantasia
appare appare di colpo diversa e pronta a far eccellere la sua visione
dell'arte con temperamento e con una vena fortemente romantica.
Marzo 1994 Giorgio Cornia - LA PROVINCIA DI MODENA
Personale presso il Palazzo Comunale di Modena 1993
Situazioni, .simboli, allegorie
La pittura come coscienza
Presentazione al catalogo di Mario De Micheli
Impulso, fervore, vertigine e intelligenza: è questa l'impressione
immediata che vi prende davanti alle sue tele e ai suoi fogli.
Leonelli cioè vi aggredisce e non vi dà pace. C'è
in lui una energia che eccita
l'immaginazione sino a farla deflagrare, ad accenderla di potenza espressiva.Non
si tratta dunque di un pittore che vi consenta di riposare sulla bellezza
cromatica delle sue composizioni: egli vi urta e vi turba perché,
nelle sue opere, serpeggia un'inquietudine che sa interrogarsi sui problemi
della condizione umana e sull' oscura vitalità di una natura che
ricicla se stessa dall'intimo delle proprie risorse.
Globalmente sono riassunti, in questa mostra personale, gli ultimi dieci
anni del suo lavoro. A scorrere, da un'immagine all'altra, il suo percorso,
si può subito capire com'egli non sia per nulla pacificato per
i propri esiti.Il lievito prorompente che preme nella sua visione resta
infatti tutt'altro che sodissfatto. Dall' Agnello scannato dell'84
al groviglio della Piovra, appena ultimato in questo Novembre,
la linea della sua ricerca appare irta di domande sia rivolte a se stesso
che agli enigmi che ci circondano. Leonelli insomma non è rassegnato
ad accettare il destina a cui ci sentiamo di essere sacrificati. Egli
è piuttosto deciso a urtare il fatto col proprio petto. Ecco perché
non cessa di porsi e di porre tanti problemi, chiedendone risposte adeguate,
anche se conosce le difficoltà in cui siamo sigillati.
Il mondo vegetale e animale, nella sua opera, non è che una metafora
della vicenda di cui siamo protagonisti, ma in ogni caso non è
mai un simbolo astratto. Al contrario, è sempre una verità
della vita palpitante ch' egli intende rappresentare nella sua vera sostanza.
Si guardino i grovigli delle sue "cime di rapa". E' difficile
non pensare che tali immagini non alludano a quelle forze occulte che
presiedono ad ogni trasformazione organica della natura e quindi al dinamismo
profondo implicito nella materia. Voglio dire cioè che il senso
delle sue immagini ha sempre un recondito significato filosofico, anche
se la verità dell'immagine non è mai scissa dalla verità
immediata del soggetto che rappresenta.
E' quanto accade ugualmente ai suoi miti oranghi, così curiosi
a capire i passerotti che trattengono nel pugno. Che cosa esprime dunque
la loro immagine se non il rapporto misterioso dove ogni creatura è
il tramite di una solidale catena di affinità che la collega ad
ogni altra, alla nostra stessa esistenza?
Il mondo animale è un mondo terrestre come è terrestre il
mondo dell'uomo.
La sorte è dunque comune. Leonelli non intende assolutamente pronunciare
gerarchie di valori. La sua visione ha una dimensione generale: è
il mondo in cui conduciamo la nostra esperienza che ha un solo ed ermetico
destino a cui conviene dunque presentare le nostre domande.
Ma si badi: nella foresta in cui è rannicchiato uno dei suoi oranghi
arboricoli, confuso tra le erbe,appare però, a questo punto, anche
un nuovo e curioso personaggio: la figura di un antico intellettuale dalmatino,
a cui si deve la prima traduzione latina della Bibbia ebraica:Gerolamo
santo e remoto padre della Chiesa.
C'è da chiedersi il perché di una tale apparizione e non
è certo facile dare una risposta. Forse Leonelli l'ha scelto perchè
Gerolamo rappresenta la figura dell'interprete per eccellenza,
di colui cioè che per primo ha tentato di tradurre
per noi il "mistero", gli "enigmi", le "parole
segrete" pronunciate da Dio.
Vecchio e barbuto, egli impersona quindi la saggezza che l'uomo ha perduto,
ma che dovrebbe ritrovare. Porta un antico cappello cardinalizio, ma che
somiglia pure a quello che portano gli ebrei di fede inconcussa. A volte
invece lo dipinge nudo e tutt'ossa, come un tempo l'hanno dipinto gli
artisti del passato, da Leonardo a Tiziano. Forse dal loro esempio, qualche
suggestione l'ha pure ricevuta. Nel Leonardo del Vaticano, il tradizionale
santo è sparito. Gerolamo non è più l'asceta davanti
a Dio, è solo un'anatomia crudele di muscoli e tendini, un personaggio
scarnificato nella sua umanità; mentre, nel Tiziano, il Gerolamo
penitente si sta percuotendo il petto nudo con un sasso
E' così,
e in altri modi ancora, che Leonelli, secondo la propria ispirazione,
vorrebbe rappresentare e rappresenta Gerolamo.Sembra anzi che lo voglia
studiare in ogni particolare,dipingendone pure numerosi dettagli separati,
le mani, le gambe,sino al tentativo, non solo di inventarsi la sua fisionomia
matura, ma anche la sua prima immagine infantile.
C'è quasi una passione ossessiva in questa sua esigenza, qualcosa
che gli accende la mente sino a trasformarla in un vortice di fuoco. E'
una tensione interiore a cui però egli non può resistere
a lungo. Ritrovare una misura più calma e distesa è pure
necessario, è la condizione stessa per continuare l'impresa di
tradurre in immagine le proprie emozioni. E questa, appunto, è
la premessa di una serie di opere, di largo impianto e di più serena
visione, a cui Leonelli finalmente approda. E' il momento in cui egli
rievoca gli incanti della sua infanzia i primi incontri con il mondo animale
e vegetale. Così la remota radice poetica della nostra esistenza
lo seduce come se ora agisse in lui, con forza, una sorta di gravitazione
terrestre che lo tiene intimamente aderente alla verità della sua
storia. E' un momento di grazia. Nelle opere che dipinge in questo periodo
è come se egli, deposte le inquietudini, si riappacificasse con
le nostre mitologie quotidiane. Adesso Gerolamo sembra essere felice:
si incontra con gli amici, ritrova lo zoo familiare a cui si uniscono
ora i personaggi dell'infanzia già viventi nelle popolari creazioni
del cinema d'animazione: il Mikey Mouse di Walt Disney e il Bugs Bunny
della Warner Bros.
E a questo punto che egli può dunque guardarsi intorno senza altre
preoccupazioni e osservare ciò che accade nella natura brulicante,
anche nelle sue manifestazioni meno appariscenti, come può essere
un bruco, una formicola, una zanzara, perché ormai tutto gli appare
come una meraviglia, come un motivo prezioso dell'universo visibile, propaggine,
dell'invisibile che va oltre la corteccia del nostro sapere e affonda
con le sue radici nelle viscere della terra.
Leonelli sta quindi portando avanti una riflessione non solo sulle proprie
emozioni, ma sull'innumerevole selva dei problemi insoluti che ci assediano.Lo
fa attraverso l'mmagine di Gerolamo, del grande interprete, pregandolo,
se non può dare risposte sicure, di formulare almeno qualche probabile
ipotesi. Non molto tempo fa c'è stato un critico che ha esaltato
l' "irresponsabilità festosa del disimpegno". Ecco: Leonelli
è all'opposto di una simile esaltazione. E' cioè un artista
che non intende voltare le spalle ai problemi, I problemi, al contrario,
se li pone con ostinata coerenza, tentando di districarli e di articolare,
col suo linguaggio immaginoso, una possibile via alla conoscenza.
E' per questo che Gerolamo prende appunti, scrive incessantemente le
sue osservazioni una pagina sull'altra. Guardate i quadri e i disegni
che Leonelli ci pone sotto gli occhi: di una simile fitta ragnatela di
note v'è dovunque una traccia concitata. Gerolamo vorrebbe sapere,
cerca di analizzare, registra i risultati a cui riesce ad arrivare. Ma
in realtà non è mai soddisfatto. I dubbi restano, anche
il dubbio che ci sia davvero una risposta
E' dunque un lungo viaggio, anzi, una vera scorreria attraverso
gli anni e i giorni che ci coinvolgono, quella che Leonelli ci sottopone
quale memoriale delle sue e delle nostre avventure Di ciò, guardando
i suoi quadri e i suoi disegni, non dobbiamo mai dimenticarci. Il suo
è un invito a renderci conto del senso che gli episodi della nostra
esistenza hanno significato e significano, ma ciò senza pregiudizi
e tanto meno con moralismi ex cathedra. Umanissimo è dunque il
suo discorso, con tutto il tremore e il timore del caso. Qualche anno
fa, nell'89, Leonelli aveva dipinto un quadro che forse potrebbe diventare
una chiave di lettura dell'intera sequenza delle opere che ora sono appese
alle pareti di questa sala. E' una composizione dove si vede, a testa
in giù, un agnello scuoiato, vitima emblematica delle stragi perpetrate
dagli uomini sul nostro pianeta. Sotto, invece, ha dipinto il proprio
autoritratto, l'esatto contrario d'ogni narcisismo. L'autoritratto, infatti,
è l'immagine grottesca e deformata della propria figura: l'immagine
di omuncolo intabarrato, barbuto e sornione, fruitto di una ironia impietosa
nei propri confronti. E di che cosa dovremmo essere fieri e felici, pare
che ci dica, se, nella situazione in cui viviamo, non siamo riusciti a
risolvere nessuno dei problemi che ci assillano,
Nel quadro però, accanto a un tale autoritratto, c'è un
secchio con tanto di straccio e di scopa. Ecco: è un brutale e
perentorio invito perché finalmente ci si decida da far pulizia,
a cancellare colpe e tradimenti per restituire all'uomo la propria dignità.
Forse, dunque, l'impresa di Leonelli non è che un' impresa pedagogica:
non mi pare che si debba avere paura delle parole. Tuttavia, è
certo, si tratta di un'impresa portata a termine con tutte le carte in
regola per essere definito un pittore autentico, un sicuro inventore di
immagini, e soprattutto,
sediovuole, un artista che, oltre le peripezie del gusto, restituisce
all'arte il valore della persuasione.
Dicembre 1993 Mario De Micheli

LE VANITA'
Mostra presso la Libreria Panini a Modena e presentazione di 14 libri
d'arte sulla danza tra una fanciulla ed uno scheletro Gli amanti
perversi
Margot la Grossa, Margot la Grassa, Margot la Cicciona, insomma l'abbondante
e lardosa Margot, a furia di frenetiche incontinenze, ha ormai trasformato
il suo Villon in un puro scheletro insatirito.
Eccola dunque lì, spolpato il suo amante, che continua con lui, come
se morto non fosse, le acrobazie erotiche di sempre.
La sua corpulenza, al confronto, sembra ancor più straripante, mentre
Villon, realmente ridotto all'osso, si contorce con possibilità amatorie
tecnicamente inedite.
Ecco gli amplessi dell'insaziabile coppia, padrona di un bordello per intima
vocazione, ma soprattutto per spregiudicata polemica contro il perbenismo
dei falsi moralisti, peraltro assidui frequentatori di lupanari o ben disposti
a pratiche affini.
Leonelli insegue agilmente le proprie immagini sulle pagine bianche, strizzandoci
l'occhio con puntiglio provocatorio,
Chi può dunque avere paura della Grosse Margot e del povero
François? Gli umori allegri cancellano ogni macabro senso di colpa
e l'innocenza della copia trasgressiva trionfa sulle leggi inderogabili
del peccato.
Dopotutto si capisce che per gli abusi d'amore nessuno andrà mai
all'inferno.
18 settembre 1992 Mario De Micheli
Dai libri Ballata della Grossa Margot I e II con versi di François
Villon
E nota finale di Mario De Micheli
A proposito della vita e della morte nei disegni di Luca Leonelli
L'associazione della donna con la morte è uno dei temi più
frequenti nell'iconografia sacra e profana. Come tutti i valori archetipici,
entrambe assumono, in quanto simboli, valenze allegoriche antitetiche. In
particolare nelle tradizioni esoteriche e nei miti, la donna e la morte
spesso personificano la Grande Iniziatrice, colei che porta la felicità
più alta e la salvezza con la luce della conoscenza.
Oppure, e questa è un'eccezione che le religioni monoteiste perpetuano
in larga misura tutt'ora, la donna e la morte stanno per tutto ciò
che è nefasto: sono portatrici di dolore, di perdizione, di rovina.
A me sembra che in questo ciclo di disegni Luca leonelli sia riuscito a
rappresentare non tanto il conflitto tra Eros e Thanatos quanto la loro
complementarietà ed abbia così esaltato le valenze positive
di entrambi. Ritroviamo un esempio classico dell'ambivalenza della coppia
Donna-Morte nella pulsione al regressus ad uterum. Il ritorno al grembo
materno segna in molti sistemi esoterici e nella tradizione alchemica, sia
la morte che la rinascita.
Nella maggior parte dei sistemi antichi, e in primo luogo quelli orfici
e pitagorici, la morte non è mai separata dai simboli della resurrezione,
mentre la donna vi appare come la suprema iniziatrice ai misteri della sessualità
e quindi della vita.
Non è un caso se la morte viene anche strettamente associata all'orgasmo.
In molte lingue esso viene chiamato "piccola morte". Il poeta
latino Properzio descrivendo le "prime delizie d'amore" di Gallo
scrive: " ti vidi morire nelle braccia di lei/ poi dopo lunga pausa,
ritornare ai sospiri.".(Elegie I -10)
Con Leonelli vengono rovesciati i significati dei temi fondamentali dell'iconografia
cristiana, volta a mortificare la carne e a provocare un senso di colpa
in coloro che "cedono" ai piaceri dei sensi. La Danza macabra
diventa con il nostro artista un balletto sfrenato, il Trionfo della morte
si trasforma nell'esaltazione della vita e l'incontro pauroso del vivo
con il morto che ricorda al viandante " ero quale sei tu ora, sarai
quello che sono io", si muta in una sfida amorosa.
Ultimo e non trascurabile particolare, la donna impegnata in questi rapporti
passionali è sempre corpulenta. Nell'immaginario erotico vi è
sempre uno stretto rapporto tra i piaceri del sesso e quelli del cibo.
Basti pensare al festino nuziale di Emma nel Madame Bovary di Flaubert.
Oppure al doppio senso che assume il " ti mangerei ", dove il
verbo, non solo in inglese, sta per il cunnilingus.
Nella poesia di Baudelaire dedicata alla giovane gigante, la corpulenza
è collegata alla pienezza e all'intensità dell'amplesso,
come per sancire il Grande rifiuto che l'amore permette di opporre alla
inevitabile fine dell'esistenza.
Ottobre 1992 Arturo Schwarz
Dai libri " Assalti d'amore ", con versi di Catullo e nota finale
di A. Schwarz e
" Samsara " con versi inediti e nota finale di A. Schwarz.
Intime ritualità
Da subito Eros-Thanatos, gli istinti di vita e di morte che da sempre
costituiscono il viatico delle umane vicissitudini. Poi, a ben guardare,
un sottile intreccio di " intime ritualità" e di erotismo
macabro, artatamente giustapposti che trascendono la rappresentazione
contingente per sconfinare nella filosofia e nella letteratura mistico-simbolica.
Settembre 1992 Franco Farina
Dal libro " Intime ritualità "
Ma è un sogno?
Una linea scattante ed estrosa che non si spezza sull'equilibrio dell'articolazione
crea l'arbitrio di affondare entro un volume morbido.
Partecipo immediatamente per lei ( o lui, lo scheletro ). Lo stimolo è
rivalsa epidermica contro cultura e fascino misterico, libri torturati
dal tempo e accreditati dal dogma, campane rimbalzanti sui vivi per accelerare
gli accordi col cielo.
Poi, il ragionamento.
La
"danza della morte", questo imperituro molleggio cui si adegua
anche chi non conosce i ritmi della vita, è stato un incubo durante
il '500, quando un'unica via verticale era tracciata tra la terra e "l'al
di là", né si poteva deviare.
Il '600 ha preferito rifugiarsi nell'estasi e dare così uno smacco
a chi si era privilegiato dell'Assoluto. Il '700 e l'800 si sono piegati
entro una realtà che, se non altro, ci compete. Il '900 ha acceso
i tizzoni dell'"Io quanto valgo?" e i canali sono esplosi.
Vediamo un po' questa danza della morte 1992.
Lei (la donna) ha carne e muscoli, capelli che si espandono, occhi e orecchi
come valvole di difesa, nervi soggetti al comando.
Ha paura della sua abitudine. Poiché abitudine è la forma,
abitudine lo sguardo
proiettato all'esterno, abitudine la voce addomesticata.Lei è forma,
è formula, è volume.
Può darsi che qualcosa abbia appreso, questa donna dai capelli
espansi, Ma di fronte allo scheletro che la provoca "è un
sogno", che la seduce "valgo più io inseguitore che tu
come protagonista di vanità" , allora, dico io, prendi il
sogno che ancora scalpita, biondina.Non ha voce, non ha occhi, non ha
udito.Chiede di educarti. Poi si disgregherà, come è destino
di ogni sogno
!6 settembre 1992 Luciana Frigieri Leonelli
Personale alla Galleria Adac di Modena 1985
Devo dire subito che mi piacque quel che dipinge e come lo dipinge.
Credo anche di avere capito che il fare pittura per Luca sia un atto vitale,
il suo modo più autentico per dialogare con noi, per comunicarci
i suoi sentimenti per le cose del mondo visibili e per quelle invisibili
ma esistenti, dentro di noi, nel loro articolarsi e svilupparsi fra sogno
e realtà, fra passato e presente
Molte opere di Luca Leonelli hanno suscitato in me forti emozioni
per una vereconda ironia, sottile e pungente che le invade e le permea
e che funge da raffreno alle "rabbie" interiori suscitate dalle
disillusioni dei comportamenti umani di questa società civile che
mai si libera completamente dalla barbarie ma, anzi, vi ritorna con tutti
i "neo" e gli "ismi" che ne sintetizzano le cause
Credo che Luca Leonelli appartenga alla categoria di coloro che
soffrono la caduta delle tensioni ideali. Mi pare preminente che con la
sua pittura Leonelli ci proponga con sincerità una riflessione
sull'umano destino possibile
Mario Cadalora Ottobre 1985
Si presenta con un impianto figurale solidismo
è
l'autorevolezza, la sicurezza con le quali Leonelli procede a definire
le sue figure, ritagliate nello spazio con grande forza, che fa di questa
pittura qualcosa di solido, di forte quasi, talora di eroico
Carlo Federico Teodoro - L'UNITA'
una coscienza meditata e sofferta della assolutezza di un lavoro
che è scavo interiore e ragione dell'anima e partecipazione esistenziale,
prima ancora che "prodotto" plastico e grafico
Così, quando la mano di Leonelli si abbandona e si distende oltre
l'involucro drammatico e concitato delle forme umane, avviene di scoprirlo
in evocazioni placate di animali in corsa, in accenati angoli di natura
che portano con sé tutta la struggente e pur solitaria bellezza di
una trasfigurazione che confina soltanto con la poesia. Casimiro
Battelli - NOSTRO TEMPO
Queste figure, dalla possanza rinascimentale, si muovono fra epica
e ironia, più prossime allo sberleffo che all'urlo disperato
le immagini hanno il pregio di una loro autonoma originalità
espressiva e suscitano forti emozioni.
un vero artista, insomma, che nella rivisitazione della storia
va all'inquieta ricerca di se stesso
Ferruccio Veronesi - IL RESTO DEL CARLINO
Se c'è ironia essa non può che essere corrosiva.
Nel senso che essa pone in rilievo la vanità di ogni certezza e
la precarietà di pur salde costruzioni. Nella incapacità
di una piena adesione anche ad una vita sensuale, l'uomo riesce a trovare
uno spazio per una sua "identità sospesa" con un campo
"neutro" intorno alle figure che pare chiedano di essere completate
almeno dalla fantasia dell'osservatore.
Michele Fuoco - IL GIORNALE NUOVO
|